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Enrico Messori, scrittore

Chi sono


“Sui curricula non c’è spazio per le passioni, i sogni, i fallimenti. Per la forza dei desideri.”
Paola Calvetti, Olivia. Ovvero la lista dei sogni possibili, Mondadori, 2013.

Sono nato a Modena il 18 agosto 1955 e vivo a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.
Dopo gli studi classici, mi sono laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Modena; sotto la guida del mio Maestro, il prof. Francesco Marani, ho perfezionato gli studi nello stesso Ateneo modenese e, successivamente, presso le Università di Parma e di Camerino.
Nel corso degli anni Ottanta (a partire dal 1979) ho insegnato Istituzioni di diritto privato presso l’Università Popolare di Bolzano, città che ricordo con simpatia nel romanzo Ritorno a Correggio.
Nel 1992, l’editore Joppolo ha pubblicato un mio manuale di educazione civica: Persona e Collettività, che ho scritto pensando di essere in difetto verso i miei allievi: sono più spesso loro ad affezionarsi ai docenti che non il contrario, come scrive, in una bellissima pagina della sua autobiografia, Elias Canetti.
Nel 1994 è uscito dall’editore napoletano Italibri un mio libro di sparse cose e capitoletti intitolato Davanti al sasso. L’ amico Pasquale Maffeo lo ha così descritto “[…] Nella duplice partizione di ‘Lettere’ e ‘Taccuino’, il volume evoca l’immagine della libra, due piatti sospesi, carichi di doni, che nel peso si bilanciano a configurare l’offerta dell’anima e l’offerta della mente […]”.
Nel 1997, insieme con il giornalista Romano Bracalini, ho curato la pubblicazione, per Mucchi editore in Modena, degli Atti del Convegno Nazionale “Autorità e Democrazia”, organizzato con il patrocinio dell’IRRSAE dell’Emilia-Romagna e con l’appoggio della rivista Giurisprudenza Pugliese, diretta dal compianto prof. Domenico Conserva, mio docente a Camerino.
Per diversi anni ho collaborato con la Casa Editrice Tramontana, scrivendo numerosi articoli giuridici. Miei giovanili e circoscritti contributi di dottrina hanno trovato ospitalità nell’Archivio Giuridico “Filippo Serafini” e nella Rivista del Notariato.
Per oltre 30 anni, ho insegnato “diritto ed economia politica” nell’Istituto Tecnico “Luigi Einaudi” della mia città. I miei studenti hanno raggiunto ogni anno buoni risultati utilizzando, oltre al manuale adottato, la cui tessitura è essenziale per un’adeguata formazione, inediti materiali didattici da me predisposti.
Pur essendo in pensione, mi ritengo ancora un insegnante che scrive. È l’essere insegnante un elemento costitutivo della mia identità personale e anche sovra-individuale. La coscienza di questa identità mi fa sentire di appartenere a un noi: noi insegnanti. La cattedra, dietro la quale mi sono seduto, ma “nella quale” non sono mai “salito”, continuerà difatti a rimanere, per me, simbolo del dovere prescritto dall’art.4, 2° co., della Costituzione, nonostante il dettaglio degli “scudi tre di mensuale” (parole che prendo a prestito da una gustosa descrizione di Vittorio Alfieri). Ma questa non è l’unica identità collettiva che sento, ovviamente. Se vado, che so, negli USA a trovare la mia primogenita, che là vive e lavora come architetto, mi vien fatto di pensare al famoso incontro tra Sordello e Virgilio: “O mantovano, io sono Sordello /della tua terra! E l’un l’altro abbracciava”. I miei tanti ex-studenti venuti da lontano sanno bene che è anche da quel pensiero che ho concepito e cercato di misurare l’esercizio del mio insegnamento, confidando nel carattere effusivo della cultura, come testimonia Platone nella Settima lettera..

I MIEI LIBRI. Al più tardi, a fine gennaio 2027 uscirà da Transeuropa Edizioni la mia terza raccolta poetica. "Nel Varco" (questo è il titolo) attraversa memorie, figure e luoghi con uno sguardo discreto, attento ai passaggi minimi dell’esistenza. Dalle tre sezioni, in cui essa si articola, emerge un percorso di sottrazione, dove ciò che rimane è un tessuto di luce e voce. Questa la mia nota d'autore: "Di ciò che passa ho tenuto soltanto l’ombra. A volte, la parola si concede. Quel tanto." (Cfr. G.Agamben, "La lingua che resta: Il tempo, la storia, il linguaggio", Einaudi, 2024)

Sotto il manto di Elias


Con questa seconda raccolta poetica, Enrico Messori prosegue nel suo intento di tratteggiare creativamente il proprio “lessico famigliare”. E, se nel primo tempo il Tema era la Madre, qui il canto è rivolto al Padre, innanzitutto; ma, inevitabilmente, anche agli altri “parenti” (e, soprattutto, alla Moglie). La cifra dello stile è la (sua) poetica ormai assestata. Lo spiega l’Autore stesso, lasciando tuttavia al Lettore il diritto-dovere di tirare le conseguenze. Ecco quindi i componimenti d’amore e di pena, disdegno e di cortesia, nei quali le passioni sono indirizzate a persone e a oggetti che possano reggere l’urto (tendenzialmente) distruttivo. La “Retorica”, convocata qua e là sapientemente dalla Cultura del Poeta, attenua la portata esplicita dei sentimenti per poter sublimare i rapporti. E, tuttavia, oltre le citazioni postmoderne programmaticamente delusive, affiora la spinta intenzionale dell’Autore verso i dettagli delle persone e degli oggetti che, soltanto, possono aiutare l’Arte a parlare della Realtà. E, anche quando la versificazione paga un eccessivo tributo al linguaggio della (nostra, pur umanissima) quotidianità, la poesia di Messori insegue la resa icastica del mondo dell’Anima e della Natura. Sicché, scorrendo i componimenti della raccolta, si capisce che Messori si copre col manto di Elia(s) perché la sua Poesia possa parlare e essere intesa senza che si perda la Voce (il Soffio, lo Pneuma, lo Spirito, il senso del Suono e il suono del Senso) del Mondo.
(Prefazione di Rino Caputo, storico e critico della letteratura)

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Francesca Mezzadri, “Enrico Messori. Sotto il manto di Elias”, Satisfiction.eu.
https://www.satisfiction.eu/enrico-messori-sotto-il-manto-di-elias/

 

 

 

Contrappunti dell’anima


La poesia di Enrico Messori può essere configurata come un insieme di “contrappunti dell’anima”, un sintagma musicale, innanzitutto, dove il senso è rintracciabile già nel suono. L’Autore dichiara apertamente la sua Tradizione, che è la lirica italiana moderna e contemporanea, anche se non ne fa ostentata dimostrazione. A Messori interessa la sinestesia ovvero l’espressione dell’anima poetica all’incrocio delle arti… La raccolta è pervasa, direttamente e indirettamente, di afflato familiare, le figlie bambine e poi adulte, ad es., avvisaglia perspicua del “lessico famigliare” che Enrico Messori fa rifluire nella sua poesia (Rino Caputo).

I versi di Enrico Messori affabulatori, fantastici, eppure nel contempo così legati a valori quotidiani, alle radici dell’io, alle reminiscenze, alle tenerezze, agli abbandoni che li rendono profondamente umani pur in questa continua pulsione intimistica che pare erigersi sulle cose, scavalcarle con i soffi del sogno, ricostruirle in visioni ora tenui ora rabbiose, sempre penetrate dall’energia che vive nelle speranze dell’autore (Giulio Panzani).

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G. Guidotti, “Una raccolta intimistica nel ricordo tenero della madre”. Raffinata ricerca linguistica del poeta correggese Enrico Messori, Gazzetta di Reggio, 2 marzo 2023.

Questa raccolta è risultata finalista al Premio Internazionale “Mario Luzi”, XX Edizione, 2025.

La stessa raccolta ha vinto il Diploma di Merito “Lettura Poetica” al XII Premio Letterario Internazionale di Poesia e Narrativa “Città di Sarzana” (dicembre 2024):

Schegge d’Ambra nella Bassa


Siamo nel 2016. Damiano (la voce narrante) e Abdon sono due cinquantenni di provincia, amici sin dall’infanzia: il primo è un impiegato, il secondo fa il sarto. Damiano vive solo. Abdon abita con la sorella, Ida, anche lei sarta; la vita dei due fratelli è stata segnata anni addietro da tragiche scomparse.
In un non meglio identificato paese della Bassa Reggiana, Damiano e Abdon attraversano esperienze che producono in loro movimenti di tristezza e di gioia, di sconforto e di euforia. La poesia, la buona cucina, gli antichi miti animano e incorniciano le storie d’amore che ora riemergono dal passato, ora si presentano con l’inattesa freschezza del presente.
Affiora, dal respiro etico del romanzo, la spiccata capacità dell’autore di osservare i moti dell’animo dei personaggi, anche femminili. Kora e Miriam sono donne ben diverse l’una dall’altra, accomunate però da sogni di libertà e di passioni. Sul filo di un’ironia sottile e garbata trovano infine sapiente collocazione personaggi minori, che apportano alla storia originali effetti coloristici e spunti di non banale riflessione.
La resina, il profumo, il colore, la luce dell’ambra connettono tra loro i particolari del congegno romanzesco, portato all’epilogo nel successivo anno bisestile: il 2020, scosso da un vento di rapina.

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G. Guidotti, “Alla ricerca di noi stessi in un mondo di insicurezze”, sub “Il libro della settimana”, Gazzetta di Reggio, 29 ottobre 2020.

Ritorno a Correggio


Questo romanzo costituisce un paradigma della vita tra gioventù e maturità, con slanci, delusioni, felicità, dolori. Le conversazioni – peraltro virtuali – tra il protagonista e un suo ex professore hanno la veste dei dialoghi del Simposio di Platone o di qualche Operetta Morale di leopardiana memoria. Il “rischio” di una sorta di romanzo filosofico viene comunque annullato dalla presenza concreta della città di Correggio, storico comune della provincia reggiana, che rende personaggi e vicende più tracciabili, in una terra amata e affettuosamente descritta. A Correggio si vive, da Correggio si parte per vacanze, speranze, ambizioni, a Correggio si torna (sempre) per ritrovare il senso e forse la bellezza della vita reale. Correggio diventa, così, luogo dell’anima, in cui ognuno può riconoscersi.

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G. Guidotti, “Letteratura e tanta filosofia nel romanzo di Messori”, Gazzetta di Reggio, 31 ottobre 2019.

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TANTO PER DIRE

I LINGUAGGI DEL NARRARORE E DEL POETA, 12. II. 2026 – INCONTRO PRESSO IL LIONS DI CORREGGIO

Intervento introduttivo a quello prof. Lazzaro Raffaele Caputo, già ordinario di Letteratura Italiana nell’Università di “Tor Vergata”, specificamente dedicato al Suo incontro con le mie poesie.

Buonasera a tutti e grazie per questo invito, che per me rappresenta, prima di tutto, un’opportunità di condivisione sincera: non siamo qui alla sincerità di chi affronta l’avventura della pagina bianca, che è un processo legato al registro percettivo, ai tremiti delle corde più intime, ma alla sincerità di chi, avendo scritto quello che ha scritto e pubblicato non a sue spese (non posso tenermi dal ricordarlo) non ha più segreti d’officina da nascondere, né può inquinare le prove o ritrattare. E’ pur vero che anche a parlare si corre un qualche rischio, perché quando si parla, senza per questo cadere nella glossofobia, ovvero nella paura della lingua, non si possono comunque eliminare le “ragioni d’insoddisfazione” (Italo Calvino docet) delle proprie parole; ecco perché mi preme avvertire subito che la mia non sarà una lezione, non sarà una conversazione dalla cattedra (figuriamoci!), ma una breve chiacchierata alla buona, nella misura in cui l’atto di parola… (“parola rivolta”, per usare una recente espressione di Leone XIV, ossia parola che cerca, disarmata, l’interlocutore, almeno nelle intenzioni, con cui, di fatto, conviviamo, parafrasando Vittorio Sereni. E che, perciò, sarebbe bene esaminare a fondo, per non giudicare noi stessi soltanto in base ad una loro frettolosa e compiacente considerazione) …chiacchierata alla buona, dicevo, nella misura in cui l’atto di parola in che consistono i versi che ci riuniscono stasera lo possa consentire; una breve chiacchierata preliminare all’intervento del prof. Caputo: com’è consuetudine, la persona più importante parla per ultima.
Condivisione di parole, certo, ma anche di emozioni, di percorsi interiori, di quella trama invisibile che lega la scrittura alla vita di chi scrive e, spero, anche a quella di chi legge. Alla vita! Anche per questo l’autore si augura che i presenti siano anche… acquirenti: la finalità benefica è stata già dichiarata.
Sebastiano Vassalli disse che la voce di Dio ritorna, tra gli uomini, ogni volta che nasce un poeta: secondo lo psichiatra americano di origine ungherese Thomas Szasz “se Dio parla a te sei affetto da schizofrenia” (avrà mai letto il Diario di Santa Suor Faustina Kowalska?); Dio parla a tutti tramite la Bibbia, potrebbe replicare il cristiano e Gesù Cristo è la parola di Dio per eccellenza; l’incontro con Dio, infine, appartiene all’ordine del trascendente, mentre ogni patologia umana rientra nell’immanente. Comunque la si pensi, una cosa, chi scrive poesie deve tenere bene a mente: sono le parole con le quali Alberto Moravia concluse il suo intervento in morte di Pasolini: “Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono solo tre o quattro dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta” (1). Lo scrivere dunque poesie giudicate tali da chi ne ha l’autorità non autorizza chi le ha scritte a definirsi poeta. E io difatti mi schermisco dall’appellativo di poeta: si pensi che Giuseppe Ungaretti disse di sé: “Non sono che un piccolo poeta di questo secolo” (2). Chi scrive, l’écrivant (scrivente), non è di per sé solo écrivain (scrittore), parafrasando Roland Barthes. Molti lo dovrebbero pubblicamente dichiarare per darsi la misura della propria inadeguatezza o stretta adeguatezza ed esortare sé stessi a rimediare, se necessario (spesso lo è). In quale modo? Se non andando a scoprire le “orme di capriolo sulla neve”, come forse suggerisce una poesia di Tomas Tranströmer (3), magari, semplicemente, scrivendo di meno e leggendo di più (non tutte le fesserie sono obbligatorie, perlopiù sono facoltative): “legger cose buone”, per dirla con Schopenhauer (ma non occorre essere grandi filosofi per far propria questa raccomandazione e rilanciarla), il quale addirittura auspicava che i poeti mediocri fossero flagellati dalla critica e dalla satira: auspicio che mi auguro non venga generalmente accolto, perché altrimenti potrei temere per la mia incolumità. E tra le cose buone in poesia (dico “buone”, quindi i classici a parte) io non metto soltanto alcuni testi cercatamente semplici, come ha scritto Gualberto Alvino, ma anche quei versi dialettali (non tutti) (4) che, sotto l‟apparente semplicità naturale del loro autore rivelano un loro stile, sottoprodotto magico anche della scrittura autenticamente naif. E chissà che non siano buone anche quelle poesie personalizzate che in Olanda vengono lette ai funerali delle persone defunte senza familiari o amici che possano partecipare alle esequie (certamente sono espressioni di pietà “non che perdono”, forse).
Negli anni ho pubblicato due romanzi, Ritorno a Correggio e Schegge d’Ambra nella Bassa; e due raccolte poetiche, Contrappunti dell’anima e Sotto il manto di Elias; che non spetta certo a me giudicare: diceva Disraeli che chi parla dei propri libri è insopportabile quasi come una madre che parla dei propri figli. Perché allora lo ricordo? Perché è vero che, come diceva il mio caro e compianto amico Pasquale Maffeo mutuando forse da Natalia Ginzburg, senza linguaggio non si è scrittori e lo scrittore, come del resto il pittore, nasce col nascere del suo linguaggio e, aggiungerei, con la consapevolezza dei limiti comunicativi dello stesso: ecco, di conseguenza, la ragione per cui, nell’ambito del suo linguaggio, chi scrive deve sempre cercare la stessa parola più adatta; mettendo tuttavia in conto di non riuscire a comunicare appieno quello che sente nel profondo o crede di intuire guardando più in alto che può (5). E sono peraltro anche questi limiti del linguaggio che mi spingono a scrivere, confidando nella lettura complice e integrativa del lettore, e che da anni mi tengono lontano dagli scritti a fini scolastici: siamo qui, di nuovo, ai limiti della “parola rivolta” a cui accennavo prima; che subisce poi anche un altro limite quando gli altri stentano a credere al compagno che è uscito dalla caverna, in cui erano tutti costretti, e ha scoperto la luce del sole. Poiché ho promesso sincerità, devo confessare di non aver trovato la parola giusta in una poesia già pubblicata e che ho perciò già modificato nei miei appunti: parola che placa, per dirla con Flaiano; e così finalmente, dopo di essa, un po’ di quïete, se mi è consentito, con la dieresi leopardiana. Ma come si arriva a questa “parola che placa”, qual è, in generale, la condizione necessaria (non sufficiente, certo!) per la nascita di un proprio linguaggio? Penso avesse ragione Italo Svevo quando scrisse: “Io credo, sinceramente credo, che non c‟è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente […]” (6). “Nulla dies sine linea” è il motto attribuito da Plinio al pittore Apelle.
Il pittore Gastone Novelli non distingueva lo scrivere dal dipingere (per es., qual era la principale vocazione di Buzzati?), perché, alla base, scrivere, come dipingere, è obbedienza alla legge dei segni: lo ricordò, se non sbaglio, Giorgio Manganelli, ma anche gli studenti delle scuole medie di una volta lo potevano percepire quando gli si proponeva “Ottobrata”, una poesia minore di D’Annunzio: “Io guardo la placida scena e dipingo”, concludeva il poeta nel regalarci il suo quadretto un po’ manierato (7). Ancora D’Annunzio: il “viso di perla”, i “grandi umidi occhi” della “Sera fiesolana” (8) mi han sempre fatto pensare alla “Ragazza con l’orecchino di perla” di Jan Vermeer. E dalla pittura si potrebbe passare alla scultura: in un’intervista a Mario Specchio, Mario Luzi definì il proprio linguaggio “più scalpellato che dipinto” riferendosi al suo libro, uscito nel 1978, Al fuoco della controversia, precisando: “Forse fino ad allora io avevo modellato la forma su un’immaginazione più sfumata” (9).
Non so se ancora si dipinga o si scalpelli riuscendo a capire la base storica dell’arte: il mondo dell’arte ci sembra talvolta spaventoso, distopico e già Giulio Carlo Argan disse di non capirci più niente. Epperò chi scrive poesie non può non sentire attrazione per i pittori coloristi da Hans Hofmann a Matthew Langley (nella mia collezione di grafica c’è un pochoir o stencil di Sonia Delaunay del 1958).
Dicevo: lo scrittore nasce col nascere del suo linguaggio, il linguaggio del poeta e del narratore si presentano al nostro intuito come due linguaggi separati, peculiare ciascuno per impasto verbale, sintassi, tessuto quel tessuto oggi esposto al rischio della manipolazione da parte dell’intelligenza artificiale (10) , tenuta, infine (11). Ma, se si approfondisce, le aperture possono talora essere, sono, in definitiva, importanti è ciò li rende, i due linguaggi, intercomunicanti e sovrapponibili.
“Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere” (J. L. Borges). Secondo il letterato greco Nasos Vaghenàs “Borges si esprime in poesia servendosi dei mezzi della prosa, di una prosa che tra l’altro indossa una maschera ulteriore, quella dello stile saggistico; la sua fama è comunque dovuta più alle opere in prosa che a quelle in poesia (nel volume di racconti Il libro di sabbia Borges introduce il “tema del doppio”, che ho ripreso nel mio primo romanzo), fermo restando che la prosa borgesiana si caratterizza per la sua poeticità, tanto da poterla definire prosa poetica” (12). Ma non è il solo! Rimaniamo a casa nostra e consideriamo il principio della novella “La Roba”: “Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini […] se domandava: „Qui di chi è?‟, sentiva rispondersi: „Di Mazzarò‟ […] Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco”. In questo ritmo non si ritrova forse una “poesia in prosa?” volle domandarsi Eugenio Donadoni (13), ricco e profondo “giudice dei poeti”, secondo Attilio Momigliano. È poi urgente ricordare la prosa di Carducci, costruita come poesia ed accostabile a una partitura (14): il bel linguaggio carducciano! Ma prima di Carducci e ancor più profondamente è Leopardi che ci mostra le tensioni e le sovrapposizioni tra poesia e prosa. Sappiamo invero che le idee dello Zibaldone alimentano i “sobri e austeri” Canti (gli aggettivi virgolettati si leggono nell’Estetica di Croce) e che del linguaggio letterario e ornato è maestro lo stesso Leopardi, questa volta, delle Operette morali. Si tratta comunque di un tema fecondo: ricordo, per esempio, fatte le debite proporzioni, le poesie di Giampiero Neri, scomparso nel 2023, e del greco Ghiannis Ritsos, scomparso nel 1990. La convivenza narratore/poeta (o, se preferiamo, narratrice/poetessa) la troviamo anche in Alda Merini. Tra poesia e prosa si è mosso anche Elio Pagliarani.
Non volendo naufragare tra gli autori alla presenza di uno storico della letteratura, mi basterà dire che chi voglia risalire alle origini della prosa poetica dovrà risalire alle origini stesse della nostra letteratura: al testo cadenzato di prosa poetica del… Cantico di Francesco (15).
Obietterete a questo punto: d’accordo, ci hai parlato bene o male di qualche personaggio e di teorie, ma ci hai detto pochino di te come scrittore di versi. Dirò allora quanto segue, senza conoscere ciò che fra poco dirà il nostro professore. Se proprio mi si volesse annoverare tra i poeti (minori, come una volta si diceva), potrei, forse, essere collocato nel ramo cadetto dei luziani (da Mario Luzi): non sono tentato dallo sperimentalismo linguistico esasperato e dalle “perturbazioni della lingua” e prediligo una linea di tradizione novecentesca (a dire il vero, non so “scalpellare”), pur osservando, come posso, i nuovi bisogni, i nuovi problemi, le nuove domande, giusto per non rimanere sintonizzato, nei modi, sull’ottica del passato. E senza comunque voler tornare sotto le quiete volte della casa paterna, essendo il Mistero “la vita stessa, eterno problema per il pensiero” (16). Mi piace distinguere la poesia (che ha una sua tensione stilistica) dall’opera in prosa (più distesa). I miei auctores? Saba, Ungaretti, Rebora, Quasimodo, Montale. E Luzi, ovviamente. Anche Sereni, Marin e Caproni. Tra gli stranieri, Tomas Tranströmer.
“Risultava sempre più difficile incontrare il professore”, dice un verso di Giampiero Neri. Per noi, invece, questo incontro non è un problema, proprio perché abbiamo qui, di fianco a me, il prof. Rino Caputo, al quale do finalmente la parola, scusandomi per le divagazioni e le frasi lunghe.
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(1) Benedetto Croce scrisse che la letteratura italiana “in sei secoli non offre dieci o quindici veri poeti”. Se dunque per Moravia ogni secolo ha tre o quatto poeti, quattro poeti per sei secoli fanno 24 in tutto: era dunque più ottimista di Croce (a meno che in quei tre o quattro poeti al secolo Moravia non comprendesse tutti i poeti della nostra Europa: ricordo che Croce pubblicò nel 1950 un saggio intitolato Ariosto, Shakespeare, Corneille, per i tipi, va da sé, di Laterza). Qui basterà ricordare che il mio amato Pascoli, insieme con D’Annunzio e Fogazzaro, fu definito nella Letteratura della Nuova Italia di Croce, operaio “della grande industria del vuoto”. Ma se domandassimo a un insegnante di lettere di darci un elenco di importanti poeti del Novecento italiano, quali sarebbero i nomi, in ordine alfabetico? Caproni, Luzi, Montale, Pasolini, Quasimodo, Rebora, Saba, Sereni, Ungaretti, Zanzotto? Dieci in un solo secolo, a parte Pascoli e D’Annunzio che stanno a cavallo di due secoli. E perché non aggiungere anche Bertolucci, Bigonciari, Gatto, Marin e Raboni? Allora? Che cosa si potrebbe dire, infine, delle mappature dei poeti e dei loro componimenti? Ricordo: – Andrea Temporelli, La repubblica italiana dei poeti. Un catalogo di autori prima del grande oblio, Industria&Letteratura, 2025; – Tommaso Di Dio (a cura di), Poesie dell’Italia contemporanea 1971-2021, Il Saggiatore, 2023; – Laura Pugno, Mappa immaginaria della poesia italiana contemporanea, il Saggiatore, 2021 (che propone ben 99 poeti).
(2) G. Ungaretti, Lettere a Bruna, lettera 5, 15 settembre 1966, Mondadori, 2017.
(3) T. Tranströmer, “Dal marzo „79”, in Poesia dal silenzio (a cura di M.C. Lombardi), Crocetti, 2001, p.131.
(4) Il romanesco e il napoletano, non me ne vogliano i veneti e gli altri, non sono dialetti: Belli, Trilussa, Salvatore Di Giacomo appartengono a tutti gli italiani. “Nu pianefforte „e notte / sona, luntanamente, / e „a museca se sente / pe ll’aria suspirà […]”: quartina che ci porta in una stretta viuzza, inghiottita di nuovo dall’oscurità non appena il pianoforte cessa la sua musica. Correva l‟anno di grazia 1888.
(5) “Puntai in alto. Una stella / o l‟occhio (il gelo) di Dio?” è l‟ invocazione laica di Giorgio Caproni. Da “L‟occasione”, lirica inserita nella raccolta Il franco cacciatore, Garzanti, 1982.
(6) I. Svevo, Pagine sparse, sul foglio datato 2 ottobre 1899. 6.
(7) Se pensiamo alla Scapigliatura, raccolte di poesia-pittura sono quelle lasciateci da Emilio Praga, a partire da Tavolozza (èdita a Milano nel 1862, presso, come si diceva allora, Gaetano Brigola). Nessun titolo sarebbe stato più eloquente. Ma v’è di più: così Sebastiano Vassalli si è espresso su Dino Campana: “[…] È uno straordinario poeta per immagini, che «colloca i ricordi del paesaggio toscano» e che si sceglie come maestri i pittori del Rinascimento: Piero della Francesca, Andrea del Castagno, Leonardo […]” (Prefazione a Canti Orfici, edizione speciale per il Corriere della Sera, 2004, p. XII).
(8) Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
E l‟iperbole di Gozzano: “Di lungi ebbero i denti un balenio di perla” (dalla poesia “Le due strade” nella raccolta I colloqui, 1911).
(9) M. Luzi. Colloquio. Un dialogo con Mario Specchio, 1999, Garzanti, p.174 s. “ll visibile che i pittori vedono / più intenso e più ramoso” così Mario Luzi si accingeva a distinguerli (in una lirica della raccolta pubblicata postuma lasciami, non trattenermi), i pittori, da “[…] tutti / noi / mortali […]”
(10) Sam Altman, tra i co-fondatori di OpenAI ha ammesso che l‟intelligenza artificiale raggiungerà capacità di “persuasione superumana”: una rivoluzione epistemica che richiede un‟adeguata difesa del pensiero umano e una formazione individualizzata di un imprescindibile capitale semantico, come ben raccomandato dal filosofo Luciano Floridi.
(11) P. Maffeo, “Il mio lavoro di scrittore”, Impegno e Dialogo / 10, 1993, p.139.
(12) Cfr. J.L. Borges, “L‟enigma della poesia e la resurrezione della parola”, Il Sole 24 Ore, Domenica, 2 marzo 2025.
(13) E. Donadoni, Breve storia della letteratura italiana dalle origini ai nostri giorni, 3° ed. riv., Carlo Signorelli Editore, 1941, p.328.
(14) Nell‟antichità classica, le pratiche di danza, musica e poesia non erano “pensate” come attività distinte una dall‟altra, così come siamo abituati a classificarle oggi, ma ognuna di queste arti non poteva prescindere dalle altre. Il coreuta del teatro greco era nello stesso tempo poeta-attore, musicista e danzatore. Viene quindi spontaneo ricordare e accogliere i moderni innesti orali di Carmelo Bene, che interpretò a teatro le poesie di Dino Campana e il ritmo di tango di “Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici” composto dallo stesso poeta. E poi Verlaine con “Romances sans paroles”, Eliot con “Four Quartets”, che ispirarono Tranströmer nelle poesie “Notturno”, “Preludi, “Do maggiore” (M.C. Lombardi, Poesia dal silenzio cit. p.11). È non è infine un caso che un poeta come Jacobo Cortines abbia pubblicato notevoli saggi “sui rapporti tra arte, poesia e musica” (M. Lefèvre, “La traiettoria di un „classico‟ del XXI secolo”, in J. Cortines, Passione e paesaggio (Poesie 1974-2016), Elliot, 2017, p.8). 
(15) D. Rondoni, “Il canto di Francesco nel paradiso della poesia”, Il Sole-24Ore, Domenica, 5 ottobre 2025. 
(16) B. Croce, Logica come scienza del concetto puro, Laterza, 1958, p.290.

NOTA SUI LINGUAGGI DELL’OPERA IN VERSI E DELL’OPERA IN PROSA
(In occasione dell’uscita da Macchione Editore della mia seconda raccolta di poesie Sotto il manto di Elias, marzo 2025)

Diverse le sintassi, diversi i tessuti, certamente. E forse il poeta è, innanzi tutto, un lettore lentissimo, perché gusta (quando ritenga lo meritino, altrimenti si ferma) le singole “righe”, le singole “pagine”, manifestando, così, amore per la parola e per il suo senso profondo (1). Ma a sorreggere la tesi che tra i due linguaggi ci sia ben di più di una qualche apertura occorrerebbe un intero articolo. Mi limito perciò a ricordare qui di seguito alcuni importanti esempi.
Secondo il letterato greco Nasos Vaghenàs “Borges si esprime in poesia servendosi dei mezzi della prosa, di una prosa che tra l’altro indossa una maschera ulteriore, quella dello stile saggistico; la sua fama è comunque dovuta più alle opere in prosa che a quelle in poesia, fermo restando che la prosa borgesiana si caratterizza per la sua poeticità, tanto da poterla definire prosa poetica” (2). Non è il solo! Rimaniamo a casa nostra e consideriamo il principio della novella “La Roba”: “Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini […] se domandava: ‘Qui di chi è?’, sentiva rispondersi: ‘Di Mazzarò […] Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’assiolo nel bosco”. In questo ritmo non si ritrova forse una “poesia in prosa” (così Eugenio Donadoni, ricco e profondo “giudice dei poeti”, scrisse Attilio Momigliano)? E la prosa carducciana? Spicca in quanto lavorata come poesia, con attenzione alla musica (altra convivenza, dunque) (3). Ma prima di lui e più profondamente di lui è a Leopardi che ci si deve riferire per le tensioni, le sovrapposizioni tra poesia e prosa. E oggi? Si può citare, per esempio, la “prosa poetica” di Giampiero Neri (m. a Milano nel 2023).
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(1) Avendo tanto imparato dal mio Maestro, il compianto prof. Francesco Marani, docente universitario e poeta, a muovermi in un certo “sistema di segni tracciati”, ricordo che in una sua poesia, datata 10-4-2010 , retrocedendo nel tempo Egli giunge “fino a un punto d’arresto”. E dice: ” […] Vi scorgo un volto […] che […] mi guarda fissamente / come se non m’avesse mai lasciato / Era il tempo degli Angeli Custodi.” (Falso plurale, Book Editore, 2010, p.97.)
(2) Cfr. J.L.Borges, “L’enigma della poesia e la resurrezione della parola”, Il Sole 24 Ore, Domenica, 02/03/2025.
(3) Nell’antichità classica, le pratiche di danza, musica e poesia non erano “pensate” come attività distinte una dall’altra, così come siamo abituati a classificarle oggi, ma ognuna di queste arti non poteva prescindere dalle altre. Il coreuta del teatro greco era nello stesso tempo poeta-attore, musicista e danzatore.

LA SCOMPARSA DI PASQUALE MAFFEO
Uno scrittore per amico

Se n’è andato a fine settembre il mio caro amico Pasquale Maffeo, scrittore poeta drammaturgo traduttore critico letterario. Ci eravamo conosciuti tanti anni fa in ambiente scolastico: lui presidente, io commissario in un esame di Stato a Imola. La nostra amicizia è poi cresciuta sul filo di comuni interessi e visioni letterarie: notevole il suo romanzo Prete Salvatico (1989), che lo ha qualificato indagatore di anime, ma è stata soprattutto la sua produzione poetica a sedurmi, dove il versus ha proclamato la più rigorosa separazione dall’opera in prosa: ricordo, in particolare, le raccolte Straniero alla finestra (1978, “Straniero, alla finestra guardo il mondo / che irride queste esilio, mia vittoria”) e Diciture (2006, “Grondano le aurore / su chi nasce su chi muore”). Scrisse la prefazione del mio Davanti al sasso, primo libro della collana, nata nel 1994 e chiusa agli inizi del nuovo secolo, di cui egli assunse la direzione dopo che la stessa ebbe ospitato la sua raccolta di articoli Interni del Novecento, prefata da Simonetta Bartolini. La tiravamo lunga nelle nostre chiacchierate sui colloqui che si stabiliscono scrivendo ed anche per questa consuetudine finii con l’affiancarlo, indegnamente, nella commissione di un premio di poesia. Purtroppo, dopo il suo trasferimento da Modena verso il golfo di Gaeta, rimanendo egli sempre fedele alla sua vocazione di scrittore mentre io sentivo il bisogno di capire se avessi mai una qualche vocazione, ci siamo persi un po’ di vista: ci sentivamo in occasione del Natale per scambiarci gli auguri: mi rispondeva al telefono, con voce soleggiata e gentile, la sua premurosa compagna di vita, moglie e madre, la signora Gianna. Concludendo l’ultimo tratto del nostro dialogo, Pasquale mi salutò così: “Non sto bene in salute, ma sono sereno”: c’era, in quelle sue parole, la speranza, del poeta, di “orti d’oro”, “orti azzurri”. Abbiamo perso, con lui, uno scrittore teso a far “rifulgere una civiltà”: il suo cospicuo fondo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, conservatore il prof. Giuseppe Lupo, fornirà certo, negli anni a venire, preziosi spunti e riferimenti per documentati studi sul passo del narratore, sul calore del poeta, sui “linguaggi separati” dell’uno e dell’altro; sulla “lievitazione” che ha “dato respiro” ai suoi volumi, fino al suo ultimo romanzo, una storia tra il “male che sfregia” e lo splendore divino: La risata dell’Invisibile (2019).
Correggio, ottobre 2024

L’OPZIONE PRATOLINI E L’ARTE DI FARSI LEGGERE

Se ad alcuni sembra che certe immagini disturbino le copertine (e perciò l’occhio si offende) – ma Protagora dà ragione a tutti -, anche un seguace del filosofo di Abdera dovrebbe ammettere che serpeggia, nella narrativa contemporanea, una certa povertà inventiva. Ah (!), direbbe subito un informatissimo lettore pronto a prenderci in castagna: “Questo lo aveva già scritto Eugenio Donadoni nella sua Breve storia della letteratura italiana, Signorelli, p.353. E correva l’anno 1941!”. E giù il rimprovero, dunque, a ragione, almeno per la mancanza delle virgolette: «certa povertà inventiva». Già, proprio così. E allora? Allora io, nel mio piccolo, simpatizzo per lo scrittore moderno che soddisfa a due condizioni, due requisiti: 1) il rispetto di quello che chiamerei l’opzione Pratolini: “Non si racconta, almeno per quello che mi riguarda, ciò che non si conosce, anche se esiste, e io mi inchino, chi può scrivere quello che non conosce e che inventa. Io sono invece per scrivere ciò che si conosce o che si inventa all’interno della nostra conoscenza, della nostra esperienza” (da un’intervista romana di Luciano Luisi del maggio 1988); 2) il possesso dell’«arte di farsi leggere» (ora faccio il mio dovere e metto i caporali: v. E. Donadoni, ibid.). Qualcuno dirà (in effetti, è stato detto, ma non ho il tempo di controllare): c’è chi scrive trasformando le disgrazie altrui in diritti d’autore. Ma è solo una supposizione, forse l’ombra di un sospetto… un’ombra sorta dall’ansia di risalire all’ordito del racconto.

Recensione di Massimilla MCMLXXV:
Leggi la recensione su lacasadicartapapirnatahisa 

Recensione di Solo uno sbirro:
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Terza puntata di "Romanzi in diretta" (a cura di Lucia Caponetto), 9/12/2020. Ospite della serata: "Schegge d'Ambra nella bassa" di Enrico Messori.

"Autori ai domiciliari".
Intervista di Elisabetta Violani 14/10/2020

- Intervista a Telereggio del 18 giugno 2019;

- "Gli Autori si raccontano": dialogo e confronto presso la Sala Consiliare del Comune di Sarzana (27 luglio 2019); premiazione presso il Teatro degli Impavidi della stessa città (28 luglio 2019):

12 febbraio 2026, Hotel President, Correggio. Alla mia destra, il prof. Rino Caputo; alla mia sinistra, il presidente Marco Altimani.

APPUNTAMENTI

Prendendo spunto dalle raccolte poetiche Contrappunti dell’anima e Sotto il manto di Elias….
Ringrazio il Lions club di Correggio nella persona del presidente, l’amico Marco Altimani, per aver calorosamente ospitato, nella serata dello scorso 12 febbraio 2026, il prof. Rino Caputo, già ordinario di letteratura italiana e preside di Facoltà dell’Università degli Studi di Tor Vergata, e me, in qualità di autore delle raccolte di poesie nell’occasione commentate, edite da Pietro Macchione, valoroso operatore culturale recentemente scomparso. Il professore ed io abbiamo altresì avuto modo di esporre documentate considerazioni sui linguaggi del poeta e del narratore e sulla sostanza stessa della poesia.

Locandina presentazione del 15 Febbraio 2019

Foto della prima presentazione

Pubblico alla prima presentazione

Locandina presentazione del 28 maggio 2019

Premessa alla seconda presentazione

Foto della seconda presentazione

Piazza del Municipio di Gabicce Mare, 18 agosto 2020.

Premessa alla seconda presentazione

L'incipit del mio intervento a Gabicce.

Correggio, 12 febbraio 2026

Contatti:
eprofmessori@gmail.com

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Premi letterari


La silloge Contrappunti dell’anima ha ricevuto il premio “Lettura Poetica”, Sarzana, dicembre 2024, ed è stata finalista alla XX Edizione del Premio “Mario Luzi”, dicembre 2025.

Il romanzo Ritorno a Correggio ha ricevuto i seguenti premi:

– Premio Internazionale “Giglio Blu” di Firenze 2019,
II Premio in memoria di E. Malosso;
– Premio Letterario Internazionale “Città di Sarzana” 2019,
II Premio In Punta di Penna.

Alla mia e-mail di ringraziamento, la presidente del Premio Letterario Internazionale “Città di Sarzana” ha così risposto:

Gentile autore,
noi ringraziamo lei per la qualità della sua opera, per le capacità oratorie dimostrate all’incontro con gli autori e anche per le sue qualità umane, che conoscendola abbiamo potuto apprezzare.
Il lustro a un Premio letterario come il nostro lo danno le conoscenze e le competenze degli autori che vi partecipano e le sue sono di altissima qualità e per questo la ringraziamo ancora per la sua partecipazione, sperando che non sia l’ultima.
Le confermiamo che appena sarà disponibile il suo video, sarà nostra premura inviarglielo.
Augurandole una buona giornata le inviamo le nostre cordialità.
Presidente del Premio Susanna Musetti